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TERRA
Era una di quelle serate di fine inverno in cui il cambio di stagione si può quasi assaggiare nel profumo dell’aria, nel terreno umido per le piogge, nelle gemme che sbucano timide sui rami degli alberi.
Mio fratello, mio padre e io ci eravamo spinti fino a quella fascia di pianura che dalla Marca trevigiana scivola verso il mare, alla ricerca dell’appezzamento ideale dove far nascere un progetto coltivato per anni: un’azienda agricola moderna, basata su un concetto nuovo di qualità, che potesse diventare il fiore all’occhiello di un’attività vitivinicola attiva ormai da tre generazioni.

Come i saggi che, dopo tanto peregrinare, incontrano ciò che stavano cercando solo tornando al punto di partenza, così noi ci ritrovammo quasi per caso in una zona molto cara a mio nonno: meravigliosa per i vini rossi, ripeteva, soprattutto per il Raboso, il suo preferito.

Mio padre fu il primo a sentire che quel terreno ci stava aspettando: fra l’incerto e l’incredulo di chi non si capacita di avere finalmente scovato il suo tesoro, elencava le favolose caratteristiche dell’area, cercando di convincere se stesso e noi.


ARIA
Convinti ormai della genuinità del suolo, sentimmo alzarsi uno strano vento caldo. Prima leggero, poi più deciso, sembrava avvolgerci nell’abbraccio affettuoso di una persona cara, e portarci insieme le voci del passato e una messe di ottimi presagi.

Ancora non sapevamo che quel vento di libeccio imprevedibile e testardo sarebbe divenuto il nostro migliore alleato, guardiano inarrestabile dell’unicità delle nostre uve.
Non sapevamo che fosse lui, il Garbìn, a regalare alla zona un microclima unico, rubando con puntuale costanza profumi e sapori alla laguna di Venezia, per trasferirli nel terreno di questo angolo di entroterra, e di lì alle piante di vite, all’uva e, infine, ai nostri vini.

Sentimmo però subito, in quella sera di fine inverno, di aver trovato in quel vento un amico, che nel suo soffiare ci suggeriva una verità tanto magica quanto inequivocabile: lì la nostra idea doveva prendere forma; quello era il luogo tanto cercato. Eravamo finalmente a casa.

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Terra Aria

un vento di libeccio imprevedibile e testardo è divenuto il nostro migliore alleato, guardiano inarrestabile dell’unicità delle nostre uve: il Garbin

TERRA
Era una di quelle serate di fine inverno in cui il cambio di stagione si può quasi assaggiare nel profumo dell’aria, nel terreno umido per le piogge, nelle gemme che sbucano timide sui rami degli alberi.
Mio fratello, mio padre e io ci eravamo spinti fino a quella fascia di pianura che dalla Marca trevigiana scivola verso il mare, alla ricerca dell’appezzamento ideale dove far nascere un progetto coltivato per anni: un’azienda agricola moderna, basata su un concetto nuovo di qualità, che potesse diventare il fiore all’occhiello di un’attività vitivinicola attiva ormai da tre generazioni.


Come i saggi che, dopo tanto peregrinare, incontrano ciò che stavano cercando solo tornando al punto di partenza, così noi ci ritrovammo quasi per caso in una zona molto cara a mio nonno: meravigliosa per i vini rossi, ripeteva, soprattutto per il Raboso, il suo preferito.


Mio padre fu il primo a sentire che quel terreno ci stava aspettando: fra l’incerto e l’incredulo di chi non si capacita di avere finalmente scovato il suo tesoro, elencava le favolose caratteristiche dell’area, cercando di convincere se stesso e noi.



ARIA
Convinti ormai della genuinità del suolo, sentimmo alzarsi uno strano vento caldo. Prima leggero, poi più deciso, sembrava avvolgerci nell’abbraccio affettuoso di una persona cara, e portarci insieme le voci del passato e una messe di ottimi presagi.


Ancora non sapevamo che quel vento di libeccio imprevedibile e testardo sarebbe divenuto il nostro migliore alleato, guardiano inarrestabile dell’unicità delle nostre uve.
Non sapevamo che fosse lui, il Garbìn, a regalare alla zona un microclima unico, rubando con puntuale costanza profumi e sapori alla laguna di Venezia, per trasferirli nel terreno di questo angolo di entroterra, e di lì alle piante di vite, all’uva e, infine, ai nostri vini.


Sentimmo però subito, in quella sera di fine inverno, di aver trovato in quel vento un amico, che nel suo soffiare ci suggeriva una verità tanto magica quanto inequivocabile: lì la nostra idea doveva prendere forma; quello era il luogo tanto cercato. Eravamo finalmente a casa.

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